Ho sempre scritto storie autobiografiche o comunque reali, ogni tanto mi chiedevo se sarei stata capace d’inventare. Dicevo, e se un giorno esurissi tutte le cose che voglio raccontare cosa faccio? Sarei spacciata. Per esorcizzare la paura mi son messa sotto e di getto è saltato fuori “Ridi pagliaccio”. Che cazzata!, ho detto rileggendolo. Poi pero ci ho visto di più, soprattutto m’ha divertito che di tutti gli argomenti tra cui avrei potuto pescare, abbia scelto d’istinto di parlare del ridere. Sono affezionata a questo raccontino demenziale, capostipite di una serie che va ingrossandosi.”
“Ridi pagliaccio” è stato pubblicato sul N°19 di “Ciminiera” gen/mar 2006 .
RIDI PAGLIACCIO
Per me ridere è sempre stato un problema, fin da bambino ho riso a sproposito o almeno così pensavano gli altri. La mattina che tornai da scuola e mio padre col viso stranamente gonfio mi disse che la mamma era morta scoppiai a ridere. Lui mi guardava e io non la smettevo più.
A mio padre facevo nervoso, non so se perché avevo riso della mamma spiaccicata sul volante della sua Mini o perché a scuola andavo male. Anche la maestra ce l’aveva con me, diceva che non capivo niente, che ero capace solo di ridere, fu allora che cominciai a sentire sempre più spesso la parola Scemo. Non sapevo cosa volesse dire ma sapevo che era una cosa brutta. Il riso abbonda sulla bocca degli stolti. Ridi ridi che la mamma ha fatto i gnocchi. Ridi pagliaccio.
Il guaio è che tutti pensavano che li prendessi in giro, vedevo le loro espressioni irrigidirsi e a me veniva da ridere ancora di più. Mio padre m’ha frustato tante volte, voleva vedermi piangere, urlava, La smetterai di ridere, piccolo cretino!, la cintura dei pantaloni sibilava nell’aria, la pelle delle cosce bruciava come il fuoco ma il dolore mi faceva ridere, e anche lo ssciakk che faceva il cuoio sulla mia pelle tenera.
Non gli vedevo la faccia perché ero girato di schiena ma immaginare le guance rosse e il suo ghigno impotente mi faceva il solletico nella pancia. Sentivo come delle bollicine che salivano frizzanti su su fino in gola sgorgando inesorabilmente in una spuma di risate. E lui picchiava più forte, poi mi restavano delle tracce rosse. La notte quando mi spogliavo per andare a letto, davanti allo specchio tiravo il collo all’indietro per vederle cambiare colore man mano che passavano i giorni, blu verde giallo come l’arcobaleno, ridevo piano nel silenzio della mia camera e mi sentivo sempre più solo.
Ho finito la terza media a sedici anni, mi chiamavano fuori interrogato ed ecco che mi prendevano delle risatine da chioccia che cercavo di trattenere finché esplodevo come una cascata e a quel punto non c’era più niente da fare, ridevo e basta. Ottenuta la licenza in una scuola privata, decisi d’abbandonare gli studi. Al servizio militare m’hanno scartato come elemento seminfermo di mente, ho fatto anche diciotto giorni di manicomio.
Cominciai a presentarmi ai colloqui di lavoro tirato a lucido, un bel sorriso e la stretta franca, ma appena cominciavano a chiedermi quali erano le mie aspirazioni già cominciavo a ridere. Uno zio parrucchiere mi prese con sé in bottega, lui e mio padre speravano che imparassi il mestiere, un domani avrei potuto gestirlo io il negozio, lo zio Orazio non aveva figli.
Mancò poco che lo rovinassi, le signore una dopo l’altra cominciarono a disertare l’appuntamento settimanale per la messa in piega e tutto a causa mia che non riuscivo a trattenermi quando uscivano acconciate come tanti cocoritos con quei riccioli assurdi irrigiditi dalla lacca, era più forte di me. Dopo altre brevi esperienze similari mi sono rassegnato, nessuno m’avrebbe dato lavoro.
Non ho mai avuto amici, né da bambino né da adulto. Nessuno si fida di uno che ride sempre, di uno Scemo. Tutti si chiedevano la ragione del mio riso e la conclusione era sempre quella, che ero Scemo. Le ragioni non c’erano, o ce n’erano molte, ridevo perché ero triste o perché ero allegro, perché m’assaliva il ridicolo o perché non sapevo cosa dire. I silenzi non sono mai riuscito a reggerli. Ridevo perché mi veniva.
Se mi piaceva una ragazza la guardavo e non riuscivo a far altro che ridere e al massimo aggiungevo qualche sciocchezza incomprensibile. S’arrabbiavano tutte. A nessuno piace essere preso in giro ma le donne hanno meno umorismo ancora, se solo le sfiora quel dubbio ti odiano con tutto il cuore, m’avrebbero ucciso, se gli occhi potessero uccidere. Talvolta sono arrivato vicino a un rapporto sessuale ma questa mia malattia di ridere sempre anche quando non voglio sfuma ogni bollore. Mi faceva ridere tutto, la biancheria di pizzo e le frasi fatte, le posizioni acrobatiche e le più banali, le promesse d’amore eterno, certi trucchi vistosi che chissà cosa nascondevano, ridevo anche perché ero contento.
Ho avuto un solo grande amore e non so proprio cosa avesse trovato in me, perché bello non sono e non si può neanche pensare che sia intelligente. Diceva che ero sensibile. Anche a lei piaceva molto ridere, per questo pensavo di avere più chances che con le altre, però ormai avevo imparato che le donne su certi punti non puoi toccarle.
Le avevo fatto pensare che facendo l’amore riuscivo a rimanere serio, che solo lei aveva il potere di questo miracolo, le donne adorano credere d’essere uniche, questo anche se sono scemo l’avevo capito. Naturalmente prendevo i miei accorgimenti, tenevo la musica al massimo, riuscivo a mascherare le risate con sospiri e urla, buio pesto perché non vedesse il sorriso che s’allargava irrimediabilmente appena mi sussurrava ansimando qualche parolina dolce.
È finita. Maledetto il momento che ha visto “Nove Settimane Emmezzo”, io al cinema non ci posso andare, m’han buttato fuori tutte le volte che ci ho provato, comunque appena escono i film in cassetta me li guardo tranquillo sul divano di casa mia e rido finché mi pare. La tele poi mi fa sbellicare, i balletti, i dibattiti, chi l’ha visto e chi non l’ha visto.
Preferivamo vederci a casa mia, un po’ perché lei era sposata ma soprattutto per evitare che tutti ci guardassero a causa delle mie risate. Quel maledetto pomeriggio, ci vedevamo sempre di pomeriggio, stavamo già andando verso la camera da letto immersa nel buio quando alla radio attacca quella musichetta che ormai odio più d’ogni altra cosa…tararà… ra…rà…ra…rà….. tararà… ra… rà… ra… rà … Lei mi fa il gesto di restare seduto, il sangue mi si gela nelle vene. Impietrito la guardo muoversi sinuosamente togliendosi lenta i vestiti, vorrei scappare ma non posso, vorrei almeno poter spegnere la luce, allungo la mano ma lei mi ferma con uno sguardo di fuoco.
Non ho mai riso tanto, mi tenevo la pancia piegato sul divano, mi facevano male i muscoli, le lacrime mi rigavano le guance, cercavo di fermarla con la mano tra i singhiozzi. È uscita sbattendo la porta, Sei un Pagliaccio!, sono state le sue ultime parole. Piangeva anche lei.
Cominciai a bere e fu proprio in un disco-bar che una notte trovai Quello del Formaggio. Non ho mai capito perché lo chiamassero così ma sapevo che era una specie di orco enorme che m’avrebbe riempito di botte, un giorno troverai Quello del Formaggio, diceva la gente in tono profetico, io l’aspettavo ma non ero pronto quando finalmente lo trovai. Questo qui non aveva l’aspetto dell’orco, era piccolo e nervoso, ma ho capito subito che era Quello del Formaggio appena i suoi occhi sottili si sono puntati nei miei e ha detto, Tu cos’hai da ridere testa di cazzo. Poi è stato tutto rapidissimo, col primo colpo mi sono saltati due denti, quello dopo m’ha sgretolato il naso ma ridendo mi son fatto avanti.
Più tardi mi son risvegliato nel mio vomito, la piazzetta era deserta, il locale chiuso. Ho fatto fatica a rialzarmi, avevo qualche costola rotta e colpi da tutte le parti, dalle labbra spaccate m’usciva una risata fioca, incontenibile, ridendo e sputando sangue sono arrivato pian piano a casa. Non ho smesso di ridere anche se adesso mi viene il gesto di mettere la mano davanti alla bocca per non mostrare il buco tra i denti.
Son stato anche dallo psichiatra e ho riso per tutta la seduta, ho provato a partecipare a quelle terapie dove la gente va a imparare a ridere, non che avessi bisogno d’imparare, pensavo solo di trovarmi a mio agio in quell’ambiente, unendomi agli altri di sentirmi meno solo, ma anche lì mi dissero di non farmi più vedere, erano persone serie, loro. Per tutta la mia vita ho pensato di essere sbagliato, un Pagliaccio, uno Scemo, anche se dopo tanti anni ancora non ho capito cosa voglia dire. La cosa peggiore è stata la solitudine, non mi piacciono gli animali quindi non ho mai avuto la tentazione di prendere in casa un cane o un gatto.
Da bambino chiedevo a Babbo Natale una iena ridens tutta per me, ero convinto che avremmo fatto una bella coppia, anche lei rideva quando non c’era niente da ridere, o meglio, gli altri non capivano perché rideva. Mi piaceva il suo ghigno, il suo manto spelacchiato. Mio padre mi spiegava che quei cagnacci vivono in Africa, di lasciar perdere, alla fine mi fece passare la voglia con uno schiaffone.
Credo che sarei stato destinato a finire la mia vita miseramente se un giorno entrando in un negozio non avessi visto un poster che raffigurava un tipo trascinato via da due poliziotti, rimasi imbambolato a fissare la sua risata, era una risata piena, beffarda, non potevo togliere gli occhi da quel volto bello e fiero. Non sapevo cosa avesse fatto quell’uomo ma era chiaro che non si trovava in una situazione piacevole, eppure rideva a crepapelle. Mi dissero che era un anarchico arrestato durante i disordini del ’68, io di politica non ci avevo mai capito niente ma diventai subito anarchico. Sotto la foto c’era una scritta: Una risata vi seppellirà. Qualcosa scattò nel mio cervello e niente mi sembrò più lo stesso. Ne comprai centinaia di copie e tappezzai la mia camera, adesso quando mi sdraio nel letto e guardo il soffitto c’è qualcuno che ride con me.
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Poco prima che uscisse il mio primo libro, mi son capitati tra mani dei bandi di concorso a cui ho partecipato ormai travolta dall’onda entusiastica della sperimentazione. Qui oltretutto bisognava rimanere dentro ai paletti di una misura o di un argomento, cosa per me del tutto nuova. Piccole sfide personali.
Il primo concorso era promosso da “vivimilano” del Corriere e s’intitolava “insessantarighe”. Si trattava di raccontare una storia in 60 righe ambientata a Milano. M’è venuto subito in mente Lucifero, da tempo ero affascinata dalle scritte che trovavo ovunque e che chi a Milano si muove molto coi mezzi avrà notato. Ero convinta d’aver avuto un’idea stupenda e che sicuramente sarei arrivata tra i 100 finalisti ma non mi hanno neanche cagata. L’argomento dev’essere parso volgare o peggio, vagamente anticlericale.
LUCIFERO
Esce tardi, profumo di dopobarba, occhi gonfi. Accende una sigaretta, comincia a camminare. Sul ponte incrocia una ragazza, tre mostrini vociferano intorno, E tu! Non ridere!, sbotta burbera, lui si gira, ah ecco, diceva al cane. Il sole tramonta dietro al Monumentale, l’uomo attraversa. Aspetta il tram. Con passo ozioso raggiunge il palo arancio degli orari. LUCIFERO CULO. Attraversa il vetro in diagonale. Solito pennarello nero. Sorride, segna sul notes. Da anni vede quelle scritte ovunque, dentro le stazioni della metro, alle fermate degli autobus. Vicino alle chiese: FRATI CULI. Sempre la stessa calligrafia piccola in stampatello, la u che sembra v. Il primo rilevamento a Cadorna sullo scivolo tra due scale mobili, LUCIFERO PIRLA, poi a Pasteur sulla pianta topografica, LUCIFERO BESTIA. Cercarle è diventata una fissa, darebbe un mese di pensione per sorprenderlo, veder la faccia. Come lui attraversa Milano instancabile. Costante. Ce l’ha col clero e col culo. Forse pecca e poi si pente. Comunica. Anche l’uomo ha cominciato a viaggiare, ha scoperto la curiosità. Una vita intrappolato nel circuito casa-lavoro-spesa. Finita. Mangia quando ha fame, dorme quando è stanco, quando diventa matto esce. Monta su un mezzo, vagabonda. Troppo pigro per passeggiate. Contempla. Girandola di volti che salgono e scendono, sciure con le borsette sulle ginocchia, fiumane di studenti urlanti, orchestrine zingare, amiche del sabato, mamme, bambini, amanti, gente che lavora, gente di tutte le razze. Assorbe frammenti di vite altrui, osserva, ascolta, immagina. Come al cine. Arriva sferragliando il 29, s’accomoda sulla panca di legno del salotto itinerante. Lucifero lo fa correre troppo, si sta consumando. Stasera riposo, tregua. Cullato da lingue che non conosce e suonerie di cellulari arriva al capolinea e ritorna più volte. Sbadiglia, poco movimento, è domenica. Come se l’avesse punto una vespa di colpo scende. s’avvia verso la metro, passa le sbarre, scende ancora. Occhi vigili setacciano ogni superficie, eccolo! Sul distributore della Coca: LUCIFERO PORCO, lo sentiva. Gli batte il cuore, prende nota, ieri non c’era. Monta sul treno in arrivo. Scende a ogni fermata fino a Lambrate, esplora i sotterranei. Risale, cambia direzione, incrocia le altre linee. È vicino, lo sente. La febbre della caccia avanza con la notte. Finché quasi gli viene un infarto, s’impone di risalire in superficie, basta. Aspetterà un tram che lo porti a casa, sta davvero esagerando. Guarda se è rimasto un City da leggere al ritorno. Vai! LUCIFERO CULO INFAME BARBONE. All’interno del contenitore vuoto. Inchiostro fresco. Corre fuori come un pazzo tenendosi il cuore. Un barbone steso sui gradini del Piccolo Teatro. Turisti intorno all’Edicola. Un controllore dell’ATM e un pachistano col mazzo di rose rosse alla fermata dei tram. Li studia ansimante. Torna a scendere. Nessuno. Risale. Di sotto, nella cabina delle foto scatta il flash 4 volte, due piedi si muovono, la mano apre la tendina. Domani il nostro uomo scriverà sul notes: LUCIFERO LATRINA. Sgabello regolabile. Cabina foto. Lanza. Ora aspetta il 3 stravolto. Siede sotto la pensilina accanto a una suora, s’asciuga il sudore. Le sbircia le dita, se sono sporche d’inchiostro. È deluso, come ogni buon cacciatore sente l’odore della preda, stava per beccarlo. Eppure sa in cuor suo che non vuole che succeda. Si consola pensando che potrà cercarlo ancora. Per non trovarlo.
“Immaginavo che altra gente fosse rimasta colpita dall’instancabile
comunicatore, non m’è mai passato per la testa di cercare su internet,
anche perché la mia intriga s’era fermata lì. Un’amica m’ha appena
segnalato che c’è una vasta galleria fotografica sui suoi graffiti
metropolitani (che ho subito visitato) e un gruppo punk gli ha
addirittura dedicato un pezzo. Pare che Lucifero Culo qui a Milano sia
una celebrità.
www.milanourbano.com
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Il secondo concorso era invece promosso dalla Feltrinelli per il suo cinquantenario. Questa volta il gioco consisteva nel raccontare una storia legata a una libreria Feltrinelli. In 100 parole. Non ho mai scritto nulla più rapidamente, m’è bastato pensare a cosa provo quando entro in una di quelle librerie. Anche in questo caso la selezione m’ha totalmente ignorata, del resto me l’aspettavo, invisibile! Ho riso parecchio. Se lo scopo del concorso era pubblicitario, bisogna riconoscere che non ho esattamente magnificato la grande catena di supermercati del libro.
INVISIBILE
Entra, gli prende subito l’ansia. Libri, troppi, addosso, intorno, non lo pubblicheranno mai. Anche fosse, chi vedrebbe il suo piccolo frutto. Mercato fagocitante di colori, immagini, volti, parole, titoli, caldo, gente, soffoca. Si toglie il cappotto, prende un volume, lo riappoggia. Incapace di scegliere gira stordito. Nella fila di poltroncine verdi un barbone intabarrato si scalda leggendo Tex, gli s’accascia accanto. Manca l’aria, rantola, il cuore si ferma in uno spasimo. Due ragazzette passano davanti, in mano il libro autografato di Baricco, Guarda che faccia da scemo!, ridendo indicano la bocca aperta dell’uomo. Il barbone assorto gira la pagina.
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Il terzo concorso era promosso da “Terre di mezzo”, il giornale di strada. Chiedevano un racconto che non superasse le 12 mila battute, dal tema “ Sirene. Le voci del mare”. Ne è uscita una fiaba che parla d’emigrazione. Pure questa volta è andata buca. Eppure mi sembrava così centrata. Terre di mezzo. Le voci del mare. Forse che la storia era troppo triste? Cruda? Reale?
“Fawzi guarda le luci” è stato pubblicato nel 2007 nell’antologia collettiva “Pronti per Einaudi” Coniglio Editore.
FAWZI GUARDA LE LUCI di Toni Fachini
Fawzi guarda il mare, guarda l’acqua e il cielo finché diventa buio, poi guarda le luci di Tarifa, puntini arancio che pulsano come stelle, la costa della Spagna sembra vicinissima.
Suo padre lavora in un panificio e s’alza all’alba, è già a letto quando lui rientra la notte, la matrigna e i fratelli più piccoli gli dormono a fianco uno accanto all’altro sul materasso per terra, li vede poco, sta sempre fuori.
Fawzi ha undici anni e vuol fare il calciatore, è bravo anche se non ha tempo per giocare, sta tutto il giorno e parte della notte in giro a rimediare qualche soldo, assedia i turisti al porto di Tanger chiedendo una monetina o cercando di convincerli a entrare nel bazar di Ahmed che gli dà la percentuale.
Il calcio lo guarda alla televisione, sguscia dentro al bar infrattandosi fra gli uomini che fumano e urlano e bevono tè alla menta, lì è conosciuto, non lo buttano fuori come in altri posti. Fissa lo schermo a bocca aperta, non vede e non sente altro, la pubblicità lo rapisce, le case che mostrano con grandi frigoriferi e piante, gente ben vestita intorno a tavoli che traboccano di cibo, le ragazze così belle, le auto.
Fawzi guarda il mare perché ha deciso. Pensa di continuo agli uomini che hanno attraversato lo stretto di Gibilterra a nuoto, gli sembra di vedere i loro volti, sentirne le voci, un’ossessione che l’accompagna ovunque. Non è una leggenda come dicono i suoi amici, qualcuno ce l’ha fatta, solo che non é mica tornato a raccontarlo. Chissà perché dovrebbero tornare, lui di sicuro non lo farebbe.
Si alza appena suo padre è uscito, mangia in piedi un pezzo di pane e delle olive, in casa dormono tutti. Si mette sulla strada per Ceuta, un po’ cammina, poi lo prende su un camion. Quando arriva nelle vicinanze del porto ha fame e moltissima sete, le olive gli hanno asciugato la lingua.
Ha qualche monetina in tasca, compra in una pasticceria due occhi di gazzella. La pasta alle mandorle si disfa in bocca, cammina verso il mare annusando l’aria. Trova un rubinetto, beve, si bagna la faccia, la testa, beve ancora, poi vede avvicinarsi un uomo e scappa.
Gironzola, osserva le navi e i pescherecci, forse potrebbe nascondersi in qualche imbarcazione pronta a salpare ma vede braccia immense che lo tirano fuori, gli sembra già di sentire lo sberlone, un piede pronto a mollargli un calcio. No. Lui ce la farà ad attraversare lo stretto a nuoto, è bravo a nuotare.
Quand’era piccolo e aveva più tempo stava sempre in acqua, i pescatori lo conoscevano tutti, Fawzi nuoti come una piccola acciuga, gli diceva uno di loro, aveva un sorriso bianco e occhi gentili, gli arruffava i capelli bagnati regalandogli ogni volta qualche pescetto da portare a casa.
Fawzi si riposa nascosto dietro a un container e fissa il mare, partirà di notte, lo guideranno le luci di Gibilterra. Sembra di poterle toccare con le mani, d’udire le voci sull’altra sponda, il motore delle auto che viaggiano lungo la costa. Il sole è tramontato. Quando arriva il momento sente come un solletico dentro la pancia, il mare è piatto, nero, pensa a tutto quel che c’è sotto, un mondo enorme e invisibile, pesci e piante, mostri con tentacoli enormi.
D’istinto porta la mano al collo, stringe nel piccolo pugno l’amuleto, un dente d’animale, Di leone!, dice Fawzi agli amici per vantarsi. Gliel’ha messo al collo sua madre il giorno che è nato. Sa che è morta di parto e null’altro, sente da sempre una colpa dentro. Suo padre non la nomina mai, fa la faccia scura appena domanda qualcosa.
Fawzi bacia l’amuleto e si tuffa. L’acqua ha conservato il sole del giorno, si sta bene. Nuota con vigore, i fasci delle luci del porto si riflettono sulla superficie, bracciata su bracciata esce nell’oscurità. L’acqua diventa più fredda, lui continua senza guardarsi indietro.
Si ferma a riposare, sbatte i piedi per tenersi a galla, ha il fiatone, si gira a vedere quanta strada ha fatto. Poca. Però è sicuro che non ci vuole ancora tanto, le luci della Spagna sono lì vicinissime, ancora uno sforzo. Riparte con rinnovato vigore, ha un sorriso sulle labbra violette, sente freddo, pensa ai suoi amici, alla faccia che farebbero se potessero vederlo. Nuota senza più pensare, non perde di vista le luci.
I gesti si fanno più lenti, ha incontrato una corrente, non riesce ad avanzare, le luci son così vicine, sente le gambe ghiacciate, i muscoli non gli rispondono, sembrano gelatina, beve, tossisce, sputa fuori l’acqua, gli bruciano gli occhi, le luci, il corpo è diventato pesante, beve acqua salata, muove un po’ le braccia, la testa esce un attimo, Fawzi guarda le luci, l’acqua inghiotte i riccioli neri.
Affonda lento in una penombra azzurrina. Passa vicino un banco di sardine in un fruscio di bagliori d’argento, Fawzi cerca di spostarsi di scatto ma i movimenti escono a rilento, i pesci sfiorano freschi la sua pelle. Suoni sordi, attutiti e gorgoglianti.
Si fa strada tra foreste di alghe muovendosi leggero, questo gli dà sollievo, ricorda con angoscia quando aveva cominciato a bere, la paura e poi la tranquillità della certezza. Che sarebbe morto. Che non sarebbe mai tornato a raccontarlo agli amici. Perché mentre nuotava aveva deciso di tornare un giorno a Tanger, anche se suo padre non l’amava. Voleva togliersela la soddisfazione di vedere le loro facce, soprattutto di Rabiha e Badr che lo prendono sempre in giro.
Distingue a un tratto il suono d’un canto, proviene da un’apertura in una montagna di rocce, Fawzi affaccia con prudenza la testa tenendosi aggrappato ai bordi. Al centro della grotta una ragazza giovanissima canta disegnando con le mani cerchi nell’acqua. Fawzi guarda incantato le forme del corpo affusolato, gambe lunghe e piccoli seni appuntiti, la pelle liscia color cioccolato.
Lei gli sorride, dal canto escono le parole della sua storia. Uomini venuti da fuori erano arrivati nel suo villaggio riempiendo la testa della gente di parole, i genitori l’avevano venduta per pochi soldi e così era iniziato il suo inferno verso l’Europa. Lacrime grosse come perle scendono sulle guance tonde segnate da cicatrici tribali, racconta cantando la sua vita di prostituta-schiava a Marbella, una voce potente e cristallina, bellissima.
Aveva detto al suo pappone che non poteva più continuare. Gli schiavi non infrangono le regole, non ridono di fronte alle minacce. L’uomo aveva visto nei suoi occhi di bambina che non temeva più niente. L’aveva accoltellata sul pontile, le altre avrebbero capito il messaggio.
Le treccine aguzze stanno sparate a raggera sul cranio come una piccola aureola nera, con un gesto degli occhi la ragazza l’invita gentile a lasciare la grotta, il suo viaggio deve proseguire, incontrerà altre voci che gli racconteranno la vita. Fawzi riprende a nuotare, attraversa praterie d’alghe e distese di conchiglie, squarci di luce.
Lo raggiunge in una scia di bolle un ragazzo a cavallo d’un delfino, il ciuffo di capelli rosso rubino gli cade sugli occhi bistrati, dice di chiamarsi Joselìn, viveva un tempo a Sevilla e faceva l’attore quando trovava qualche parte, se no s’arrangiava vendendo cianfrusaglie ai mercatini.
Una notte tornava a casa costeggiando il Guadalquivir quando un gruppetto di skin ubriachi cominciò a seguirlo, Hei frocio!, gli urlavano dietro, lui fingeva di non sentire, l’avevano raggiunto e buttato a terra. Terrore, dolore, calci duri di scarponi, aveva perso i sensi. Lo scaricarono nel fiume come un sacco di patate.
Era il 20 di novembre, l’anniversario della morte di Franco, nel sud della Spagna succede ogni anno qualche fatto di sangue, nostalgici di tutte le età gli rendono omaggio.
Fawzi gli chiede perché quei tipi l’abbiano ucciso con tanta crudeltà, Tu non gli avevi fatto niente, Joselìn sorride a quegli occhi ingenui spalancati, Lì fuori non serve che tu faccia niente, succedono cose assurde, non ci sono le risposte. Joselìn riparte in groppa al delfino salutandolo con la mano.
E all’improvviso Fawzi trova davanti a sé Driss, il suo vicino di casa. Spalanca gli occhi meravigliato, lo credeva in Spagna già da un paio d’anni, s’abbracciano e si baciano più volte. Driss aveva lavorato come un asino per tirar su tutti i soldi del viaggio poi aveva salutato amici e parenti ed era partito insieme ad altri disgraziati in una notte senza stelle.
A qualche chilometro dalla spiaggia di Bolonia lo scafo aveva avvistato la lancia della costiera e tutti quanti erano stati buttati in mare dagli scafisti. Lui non sapeva nuotare. Aveva tentato d’aggrapparsi alla piccola imbarcazione, colpi sulle mani e sulla testa, uno squarcio sulla fronte, il sapore del sangue e del sale, urla, il motore che s’allontana. L’acqua nei polmoni spegne l’ultimo respiro, un vortice lo porta a fondo.
Fawzi non ha parole, Driss l’esorta a continuare il viaggio, deve conoscere altri volti, altre voci, trovare il suo posto. Nuota leggero, non pensa più a niente, guarda, ascolta. Si ferma vicino alla carcassa di un’auto sportiva, ci è sempre andato matto, sfiora con le mani la fiancata rossa arrugginita, dal muso ammaccato spuntano ciuffi di piante, piccole spigole nuotano dentro e fuori dai finestrini. Gli vien subito voglia di pistolare i pulsanti sul cruscotto, fa il giro.
Un ragazzo è seduto sul cofano tenendosi la faccia tra le mani, strano, prima non l’aveva visto. Fawzi s’avvicina con pochi gesti delle braccia, Come ti chiami?, il ragazzo alza la testa, le orbite vuote, un sorriso sulle labbra, Adel, dice, Perché non hai gli occhi?, Me li hanno mangiati i pesci, risponde ridendo.
Adel racconta che era arrivato sulle coste spagnole su un gommone. Ad Algeciras incontrò altri marocchini che all’inizio un po’ l’avevano aiutato, s’era messo a vendere fumo e poi anche coca. Quella polverina bianca gli piaceva, lo faceva sentire gagliardo. Aveva successo con le ragazze, faceva tardi la notte, beveva.
Tutto gli sembrava facile come un gioco, a casa sua se arrivava a cena in ritardo doveva affrontare gli occhi feroci di suo padre, non aveva mai avuto il coraggio di bere una birra neanche di nascosto, andava alla moschea tutti i venerdi e le ragazze le sognava a occhi aperti.
Diventò arrogante e molto imprudente, consumava più roba di quanta ne vendesse, gli amici cercarono di parlargli finché il pusher che lo faceva lavorare gli aprì la gola e scaraventò il suo corpo in mare dopo avergli cavato gli occhi per sfregio, Me l’aveva promesso, m’ero fatto fuori tutto!, ride amaro.
Fawzi lo guarda, Quanti anni hai?, chiede con la sua piccola voce di bambino, Venti, dice Adel e si stende sul cofano girandogli la schiena. Fawzi resta un momento immobile a fissare ogni dettaglio del relitto poi s’allontana lentamente.
Gli incontri si susseguono, clandestini crepati di stenti e gettati nelle acque come inutile zavorra, contrabbandieri e piccoli delinquenti di La Linea e Algeciras morti in una sparatoria o durante una tempesta, tanti pescatori e suicidi per amore. Fawzi sente nel cuore una specie di tristezza ma non gli viene da piangere, forse perché è morto, è come se i sentimenti ci fossero ma non facessero più male.
Le voci del mare cantano fatiche e umiliazioni, egoismo brutale. Giovani ingannati, violati, rifiutati. Occhi che hanno visto naufragare ogni illusione sotto un cielo indifferente. Bambini sfiniti dal pianto. Fawzi non immaginava che anche la vita al di là del mare fosse così difficile e spietata.
Comincia a mancargli la luce sui tetti, gli strilli dei ragazzini nei vicoli, persino quei rompiscatole dei suoi fratelli. E il colore del mare, azzurro e scintillante, così diverso dalle profondità cupe in cui si sta muovendo. Chiude gli occhi, non ha più voglia di sentire, di guardare, cade in un sonno leggero.
Si sveglia stordito. Una donna gli sta accarezzando i capelli, é seduta sulla sabbia, gli tiene in grembo la testa. Occhi nerissimi e capelli fino alla vita, alghe e anemoni di mare le adornano la chioma. È sua madre, Fawzi lo sa. Fissa le luci dorate nei suoi occhi. La donna comincia a parlare, le dita ingioiellate sfiorano il suo viso come ad assorbire ogni dettaglio, una pace intensa avvolge il piccolo cuore congelato.
Gli parla di quando è stata uccisa, gettata in mare con una pietra al collo la notte che lui è nato, Chi è stato!, ma Fawzi lo sa già, lei sorride, Non era lui tuo padre, accarezza il petto del bambino, prende in mano l’amuleto, gli dice che è un dente di squalo, apparteneva all’uomo che amava.
Fawzi rivede di colpo i denti bianchi del pescatore che gli regalava i pescetti sulla spiaggia, sente la sua voce, Bravo Fawzi, nuoti come una piccola acciuga!, rideva orgoglioso e lui si sentiva speciale. La madre dice che lo rivedrà, il mare si mangerà anche la sua vita, un giorno dovrà pagare il prezzo di tutti i pesci che gli ha lasciato prendere nelle reti.
Ora deve continuare il viaggio, il suo posto non è lì. Gli prende il viso tra le mani, lo bacia sugli occhi e sulla bocca, sul naso, sulle guance e l’allontana da sé, una spinta leggera. La valva enorme d’una conchiglia si chiude delicata su di lei, un turbine di sabbia la ricopre.
Fawzi si lascia portare dalle correnti, chiude gli occhi, ascolta soltanto, dimensioni sconosciute, oscillanti, ovattate, sente sulla pelle gli sbalzi di temperatura quando supera gli strati. Viaggia. L’incontro con la madre ha fugato ogni paura, la solitudine che l’ha sempre accompagnato è scomparsa.
S’accorge d’essere fermo, apre gli occhi. Si trova in una radura immersa in una luce dai riflessi madreperlacei, un gruppo di uomini sono seduti in cerchio sulla sabbia come se al centro ci fosse un fuoco. Uno di loro è in piedi nel mezzo.
Canta di un padre che non riusciva a sfamare la famiglia e che un giorno era partito a cercare un lavoro. A nuoto. Gli altri battono le mani a tempo, dalle loro gole esce una musica, l’uomo balla. Si siede solo quando è sfinito. Allora un altro uomo si fa avanti fino al centro del cerchio.
Ragazzi ingenui e uomini dal cuore di bambino narrano la stessa fiaba, la Grande Illusione annegata in quella strisciolina di mare così sottile. Tutti avevano guardato le luci dell’altra sponda e allungato le mani per toccarle, così vicine che avevano creduto di potercela fare con la forza del sogno e della disperazione. Tutti nuotavano come piccole acciughe.
Gli uomini girano gli occhi verso il bambino che li ascolta ipnotizzato, sorridono e si stringono un po’, Fawzi si siede nel cerchio accanto a loro.

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Ciao Toni, questa mattina, il piccolo Fawzi mi ha aperto il cuore.
Un bacio
meec (enzino)