Interviste

02/08/2005 ‘FAHRENHEIT’

  • RAI RADIO3: IL LIBRO PIU’ VOTATO A ‘FAHRENHEIT’

    S i e’ concluso il referendum-sondaggio di FAHRENHEIT, il programma su libri, idee e cultura del pomeriggio di Radio3 Rai, sul libro dell’anno fra i 70 prescelti all’interno di quelli presentati , quasi 300, nel corso dell’anno. Dopo un mese di votazioni fra gli ascoltatori, attraverso migliaia di e-mail e contatti sul sito del programma, Ascanio Celestini con “Storie di uno scemo di guerra” (Einaudi), si e’ imposto per due soli voti su Jonathan Safran Foer “Molto forte incredibilmente vicino” (Guanda) e poi piu’ a distanza su Mark Haddon “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” (Einaudi). Tra i piu’ votati anche Toni Fachini “La virgola nell’orologio” (Effigie), e Tullio Pironti “Libri e cazzotti” (Pironti).

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QUESTA INTERVISTA-RECENSIONE È APPARSA SU “STILOS” del 25 ottobre-7 novembre.

Toni Fachini “La virgola nell’orologio”, Effigie, euro12,00, pag.115

Scheda libro : “Altri libertini” della nostra epoca, dopo aver rimosso i furori ideologici e i cascami intellettualistici che contraddistinguevano la vita dei loro fratelli maggiori negli anni ‘70, i protagonisti di questo La virgola nell’orologio ( titolo la cui eziologia scatologica costituirà certo una sorpresa per ogni lettore ) ricamano un disegno fedele di quel disagio esistenziale che, pur essendo caratteristica consustanziale all’universo giovanile, oggi pare conoscere una sua specie di epocale ‘punto di non ritorno’. I 15 racconti che compongono questo libro, scritti da una outsider che sa usare magistralmente ed originalmente lingua e storie, colpiscono per la descrizione di questa disperazione generazionale, attraversata da improvvisi lampi di gioia pura, indecifrabile ed ostile ad ogni semplificazione socio-psicologica. Toni Fachini si addentra in questa effimera instabilità di tante esistenze, nella precarietà perenne degli affetti e degli incontri, in cui lo ’sregolamento di tutti i sensi’ pare solo labile rimedio che non sa scongiurare le radici di un inestirpabile mal du vivre .

RECENSIONE INTERVISTA: Prima è stata una firma illustre ed autorevole della critica italiana quale Carla Benedetti ad esprimere, dalle colonne dell’Espresso, un’ammirazione ai limiti dell’encomio solenne, scrivendo:” Raramente ho trovato in una scrittrice italiana un modo di narrare così vivo, incisivo, aderente alla vita in tutti i suoi momenti”; poi risultati di un sondaggio radiofonico, intitolato ‘My favourite book’,e promosso da una delle poche trasmissioni che non offendono la dignità intellettuale di chi ascolta, cioè Fahrenheit su RadioTre, che hanno inserito questo libro nella cinquina dei testi più amati e letti dal pubblico raffinato e colto di questa trasmissione pomeridiana. Scontata quindi la curiosità verso l’ opera e l’autrice di questo “La virgola nell’orologio”. Purtroppo, sul versante biografico, le striminzite note in terza di copertina soddisfano ben poco: “Toni Fachini(1958), d’origine basco-friulana , dopo un’esistenza spericolata, vive a Milano”.Ed allora non resta che darsi alla lettura di questi 15 racconti che giustificano appieno le ragioni sia della critica highbrow che quelle, più lowbrow, del pubblico radiofonico: infatti, sin dalle primissime pagine, il racconto di queste esistenze caotiche e disordinate, febbrili e maledette, sempre in bilico tra depressione e vitalismo, tra solitudine e sensualità, cattura l’attenzione del lettore in virtù di una narrazione in presa diretta, in cui l’accensione picaresca e giocosa lascia spesso la scena ad una specie di voluptas dolendi, che colpisce tutti gli attori di questa folgorante recita della giovinezza e della disperazione. La Fachini sa districarsi agevolmente dalle strette della confessione ‘ombelicale’ e narcisistica, dilatando la materia del narrato fino a miniaturizzare un’autobiografia generazionale, senza titillamenti pseudogiovanilistici o sociologismi d’accatto, ma descrivendoci chi sono e come vivono questi “Altri libertini” dei tempi nostri. Sembrano racconti narrati davanti ad un tavolo da pub, tra deliri alcolici e disperazioni immedicabili, in cui la sorgiva vena affabulatoria è continuamente eccitata da un gusto irridente e contagioso per l’effetto a sorpresa, per l’invenzione che deve épater le bourgeois, per l’iperbole vitalistica, che pare scongiurare quella china malinconica e quel tedio esistenziale da cui tutti gli attori di questa scena in perenne movimento paiono minacciati . Ci vorrebbero le matite di Pazienza per tratteggiare la gaudente débauche di questo gruppo di personaggi oscillanti tra follia, miseria e genialità, alla perpetua ricerca delle situazioni più bizzarre e buffe, sempre ad un passo dalla disperazione e dalla sofferenza più cocente. Una sorta di Festa mobile perpetua, vissuta in una Madrid stralunata e periferica oppure fra le lande di un Friuli in cui la centralità arcaica del ‘foghèr’ pare minacciata, ma non sconfitta, dalla proliferazione dell’anonimità dei non-luoghi, una Festa popolata da un coro ebbro di cani, fratelli, amici, familiari, bevute, sesso. Gioia e disperazione si alternano nel passaggio di una riga, in un frenetico passaggio di personaggi e vicende, che spesso riescono strappare il sorriso e/o la lacrima.: “lo voglio questo dolore, m’aiuta a spurgare l’amarezza che m’opprime” e poi ” stiamo già ridendo, siamo fatti così, solo la capacità di parlare e ridere di tutto ciò ci ha salvati dal disastro”. È curioso poi notare come gli scapigliati antieroi di queste pagine trovino proprio nella famiglia e nella casa parentale (” un porto franco dove poteva accadere qualunque cosa”) l’unico approdo possibile in tanto nomadismo d’affetti e luoghi: domina, da questo punto di vista, quello che pare l’origine di questo mal du vivre, ovverosia la figura di un padre la cui fragilità emotiva è ingigantita dal narcisismo esibizionista e dall’incapacità di offrire autorevolezza o modelli in positivo. la virgola nell'orologio

 

D: ” Finisco per comportarmi così con tutte le persone che mi piacciono, sparare subito qualcosa che arrivi dritto nello stomaco, qualcosa di molto personale. Vado al sodo, mi faccio conoscere”. Mi pare un’esplicita e coraggiosa dichiarazione di poetica più che meditazione autobiografica…

R: È il mio modo di camminare per la vita, non ho paura d’espormi, non ho interesse a mostrare un quadro fittizio di me e del mio mondo a meno che non sia necessario per motivi contingenti, allora sì, che ho bluffato spudoratamente. Con gli amici, con le persone che mi piacciono a pelle, non perdo tempo a difendermi, vado al sodo. Che senso ha fingere, nascondersi. Questo è quanto: prendere o lasciare. Non m’interessa far discorsi inconsistenti, a meno che non sia per ridere. Se tu molli le difese neanche l’altro ha più ragione d’arroccarsi, è la strada più facile per arrivare alla conoscenza. Do molta importanza all’autenticità, credo sia pericoloso cercare di costruirsi un’immagine da dare in pasto, alla fine te ne trovi imprigionato al punto che a volte non puoi più tornare indietro. I meccanismi della bugia sono troppo faticosi per me.

D: Le sabbie mobili e seducenti della trasgressione, dell’eccesso, dell’ebbrezza vitalistico-sessuale, sempre mescolate con la disperazione e la sofferenza, sembrano un rito di passaggio obbligato per ricercare la restituzione di un senso vero ed integrale alla vita.

R: Credo che il discorso cominci molto a monte, c’erano da piccola momenti in cui soffrivo così tanto che desideravo morire. Se penso alla nostra infanzia, mia e dei miei fratelli, ho l’immagine di quattro bambini un po’ selvaggi che si divertono come pazzi tra i bombardamenti. Mio padre ci terrorizzava picchiandoci spesso senza motivo, non sapevi mai cosa sarebbe successo. Non esisteva giustizia, tutto ci sembrava assurdo, capimmo subito che per sopravvivere dovevamo nuotare nel sottobosco, un mondo immaginario tra acqua e terra. Fu proprio in quegli anni che il Gioco si consacrò come nostro più prezioso alleato, l’unica dimensione in cui ci dimenticavamo di tutto. Nell’adolescenza il Gioco s’è solo evoluto, sperimentavamo vincendo la paura, c’eravamo ben allenati. Quel che invece cambiò radicalmente fu il rapporto con mio padre. Perché prendemmo il sopravvento. E non solo su di lui ma su tutta la famiglia, una specie di colpo di stato. Nessuno poteva più tenerci, cominciammo a mangiare nel piatto della vita come cani affamati rifiutando ogni tipo di regola, i nostri amici diventarono la Famiglia. Sacrificio? Per cosa? Non c’era nulla che volessimo davvero. Ci fu uno sprazzo d’illusione proprio intorno al ‘77 soffocato brutalmente nell’eroina, e a partire da qui l’atteggiamento anarco-irresponsabile-distruttivo è andato avanti per parecchio tempo, senz’altro troppo. Non si possono fare certi Giochi senza lasciare in campo pezzi sanguinolenti di te. Però alla fine della giostra, anzi, del giro, perché la giostra non è mica finita, quel che non t’uccide ti rende più forte, come diceva quel filosofo.

D: “Storie pesanti dette con leggerezza, il mio modo di raccontare”: mi pare un’ottima, lapidaria autodefinizione di poetica. Ce la vuole esplicitare più chiaramente?

R: Se devo parlare di me, le storie pesanti saltano fuori per forza. Perché esistono e fanno parte del tutto. Uno non può sapere chi sono io senza conoscere il mondo in cui sono cresciuta o i fatti che m’hanno segnata. Il modo però in cui racconto le cose, non è esattamente lo stesso in cui le racconto a me stessa. Non so bene se sia un senso di pudore o un riguardo, ma non mi va d’appesantire l’altro buttandogli addosso tragedie senza rimedio, farlo sentire inutilmente addolorato e impotente. Preferisco ridere insieme a lui del lato grottesco, gli faccio capire che ho superato. Forse la scrittura è l’elaborazione finale, quando anch’io riesco a vederci più chiaro e appunto a riderci. Non che a volte non rida anche nel mentre, è inevitabile, sono fatta così.

D: Chi legge queste storie passa, come ho scritto nella recensione, attraverso rapidi mutamenti dello stato d’animo: gioia e disperazione, lacrime e sorrisi. Che cosa ha provato, invece, chi le ha scritte ?

R: Io sono una lunatica tremenda, e anche emotiva, passo dal riso al pianto e viceversa con estrema facilità. Faccio fatica a mantenere uno stato d’animo. È logorante ma non conosco altro modo d’essere. Questo mio aspetto caratteriale sicuramente si riflette anche nella scrittura. Quando racconto una storia cerco di ricreare le stesse emozioni, le rivivo scrivendole e rileggendole, è facendo anche i conti che uso il senno di poi, al lettore credo arrivi un ibrido tra i due elementi.

D: Da alcune date che qua e là occhieggiano durante la narrazione sembra che il libro sia il frutto di ‘una lunga pazienza’; le storie ed i fatti appartengono ad un ambito temporale ed esistenziale assai vasto, con il quale, in un certo senso, si sono voluti fare i conti

R: Premetto che sono racconti che ho scritto in tempi diversi, è stato nel metterli insieme che ho voluto seguire un ordine cronologico. Il primo, che dà il nome alla raccolta, comincia nel ‘65 con noi bambini, l’ultimo si chiude con un ritorno a Udine, nel 96 forse, Seba e mio padre non ci son più, la grande casa è stata venduta da qualche anno ed è stato venduto anche il rifugio finale di Bressa. Nulla più ci lega a Udine se non nostro nipote e gli amici, un grosso capitolo della nostra vita s’è chiuso. Sì, ci sono anche i conti, io li faccio spesso, mi piace vedere le cose chiare in mezzo a tanta confusione.

D: Sempre in sede di recensione, ho citato due grandi precocemente scomparsi: il Tondelli di ‘Altri libertini’ e Andrea Pazienza. Sente di condividere qualcosa con quel mondo, con quell’epoca, con quell’ immaginario collettivo ed individuale?

R: Tondelli non lo conosco ma a ’sto punto m’incuriosisce, è già la seconda volta che lo sento nominare associato alla mia scrittura. Confesso che ho comprato pochissimi libri, leggevo quel che capitava, senza metodo né logica, di tutto. C’è stato un periodo per esempio che divoravo solo gialli e noir. Quando stavo troppo male solo loro riuscivano a tenermi avvinta. Ho trascurato molto la letteratura italiana, son proprio ignorante. Ultimamente non riesco neanche più a leggere e mi sembra incredibile, tutto il tempo libero lo dedico a scrivere, in casa la polvere s’accumula e io faccio finta di non vederla. Andrea Pazienza invece lo conosco. Mi son divertita molto con le sue storie esilaranti e cinicissime, illustrava senza inutili ipocrisie un mondo che m’era noto in tutta la sua crudezza. Sicuramente ho condiviso il suo disagio e il suo disincanto, la sua disperazione. Sentimenti emergenti di quell’epoca arrabbiata, creativa e illusoria. Lo sento un fratello alla pari di altre persone che ho incontrato sulla mia strada, se ci fossimo conosciuti credo che ci saremmo capiti bene.

D: Chi la legge, ha la sensazione che lei sia depositaria di una sorgiva vena affabulatoria: ha in serbo qualcos’altro ?

R: Direi di sì, parecchio altro. Amo molto ascoltare e raccontare storie e così pure leggerle e scriverle. M’affascinano i dettagli, uno dei motivi per cui sento la necessità di scrivere è proprio per metterci tutto quello che voglio, parlando non puoi, ti perderesti via troppo, annoieresti l’ascoltatore. Parlando sintetizzi, scrivendo sei libero di dilatare. Prossimamente uscirà con Effigie un’altra raccolta di racconti “Ultimo piano senza ascensore”, dove racconto situazioni diverse, meno paradossali, meno divertenti o giocose, se si vuole. Narro la mia fatica di vivere attraverso episodi difficili in cui mi son trovata sola o quasi a tirar fuori le castagne dal fuoco. Viaggi iniziatici del corpo e dello spirito arrancando in salita su una scala ripida e interminabile, fermandomi spesso nei pianerottoli a ridere e a prender fiato, ci mancherebbe. Sto dando gli ultimi ritocchi anche a una sorta di romanzo autobiografico, “Cuore a tre foglie”, una serie di racconti concatenati o forse meglio capitoli, che si svolge tutto a Parigi nei primi anni ‘80. Ho nel cassettone anche un’altra raccolta di racconti newyorchesi che si chiama “Babylonia mon amour” e altra roba ancora. Questo per quanto riguarda la scrittura autobiografica. Nell’ultimo paio d’anni mi son pure lanciata nel mondo dell’invenzione sfornando un bel po’ di racconti socio-demenziali, così li definisco io. Ho provato perfino a scrivere un copione. Mi sto divertendo insomma.

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intervista di >Q/26 connessomagazine.it 20 settembre 2005

La virgola nell’orologio di Toni Fachini

Sommessamente in libreria dalla scorsa primavera, la raccolta di racconti La virgola nell’orologio , esordio narrativo dell’udinese Toni Fachini, diventa un caso letterario nel bel mezzo dell’estate, quando i critici delle testate nazionali scovano il volumetto, fino ad allora mimetizzato in mezzo agli scaffali. Bello, bruciante, notevolissimo sono alcuni degli aggettivi che ricorrono sia sui media a grande tiratura sia nelle trasmissioni rivolte ad un pubblico più esigente. Recensioni lusinghiere che nello spazio di alcune settimane promuovono la Fachini da “esordiente” a “scrittrice” e danno soddisfazione alle piccole Edizioni Effigie, cui va il merito di aver dato fiducia ad un’autrice sconosciuta confidando probabilmente nella sua biografia, girovaga ed avventurosa, ricco serbatoio di aneddoti ed ispirazioni. Abbiamo incontrato la scrittrice udinese.
La virgola nell’orologio del titolo non è un paradosso matematico ma una metafora. Che cosa vuole rappresentare?
La virgola nell’orologio è per me è un simbolo, rappresenta quanto di più balordo alberga nelle nostre teste: paranoie, abitudini, perversioni, sogni, anche l’intera interpretazione di una vita. È il simbolo delle nostre personalissime follie, simbolo anche d’unicità. L’ho scelto come titolo perché le situazioni che ho voluto rappresentare sono paradossali, i personaggi stravaganti o addirittura fuori di testa, la mia stessa famiglia non scherza. Ho voluto dare un’idea del mio mondo, dell’atmosfera surreale, decadente, in cui sono cresciuta, dell’amore e della sofferenza che ci univa, dell’aria di libertà, d’anarchia che si respirava. Anche per molti amici la nostra casa è stata un’isola in mezzo alla tempesta, dove magari ti perdevi ma per lo meno potevi essere autentico.
Il libro si compone di quindici racconti, apparentemente separati. In realtà, da subito, il lettore ha come l’impressione che siano in realtà capitoli di una sorta di romanzo autobiografico. Com’è nata l’idea di una silloge di racconti?

Ho scritto le mie storie in tempi diversi e senza alcun progetto specifico. Mi son spostata per anni con due valigie piena di scartoffie, appena mi stabilivo in un posto andavo a recuperarle, non vedevo la fine, mi sentivo in alto mare. Solo negli ultimi anni sono riuscita a mettere un po’ d’ordine anche nei miei scritti, li ho sistemati e raggruppati in differenti raccolte. L’uso tardivo del PC è stato una folgorazione: potevo finalmente arrivare a un risultato concreto in tempi limitati. Allora mi sono messa a scrivere seriamente. Prima lo facevo quando ne sentivo il bisogno, adesso timbro il cartellino ogni giorno, esagero perfino, mi dimentico di mangiare. Nella Virgola nell’orologio ho raggruppato i pezzi più insensati, l’idea di romanzo è data dal fatto che alcuni personaggi, insieme alla famiglia, ricorrono. Inoltre gli avvenimenti sono narrati in ordine cronologico. In effetti è un ibrido, né raccolta né romanzo o tutte e due le cose.
Le tue storie sembrano istantanee di un vissuto, molto spesso traumatico, metabolizzato e tratteggiato a posteriori con disincanto, ironia e distacco. Alle volte si ha quasi l’impressione di assistere a una seduta di analisi in cui il paziente, si prende gioco del proprio analista. Che cosa ne pensi?

Ho sempre bisogno di comprendere tutto quel che succede dentro e fuori di me. Provarci almeno. È vero, sono la psicanalista di me stessa. E rido. Mi piace molto ridere, lo ritengo un bisogno primario tipo respirare e mangiare. Finisco per vedere tutto attraverso questo filtro magico. Non subito e non sempre, sono una che prende le cose molto di petto, a volte anche in modo drammatico. Il riso è l’elemento che mette equilibrio. La sofferenza a volte è insopportabile, c’è chi si costruisce un mondo fittizio, chi rimuove, chi si racconta bugie o va in letargo, ognuno fa come può. Io preferisco essere lucida, sapere e poi difendermi a modo mio. Non ci sto a essere sopraffatta. Il riso, il distacco e l’elasticità sono le mie tecniche per non soccombere.
Le storie che tu racconti, seppur nella loro grottesca drammaticità, sono surreali, sembrano quasi le fughe mancate di una borghese, passaci il termine, che finita la “gitarella borderline”, torna all’ovile.
Fuggivo dall’ovile perché mi rendevo conto che lo stare insieme ci portava alla rovina, volevo esplorare altre realtà, mettermi alla prova e vedere di cos’ero capace. La città in cui vivevo, Udine, mi stava strettissima, cercavo più libertà di movimento e di pensiero. Ma non riuscivo a rimanere lontana da loro troppo tempo, i miei fratelli erano le persone che più amavo al mondo, con nessuno mi capivo e mi divertivo come con loro, un legame potentissimo, insieme creavamo una forza. Tutta la mia famiglia mi piaceva. Sono anche tornata con la coda tra le gambe ma raramente, ho sempre cercato di trovare la forza altrove, piuttosto mi piaceva arrivare carica e con regalini per tutti. La mia è una famiglia borghese però io non credo d’avere una mentalità borghese, chi mi conosce lo sa. Vogliamo definire le mie fughe “gitarelle borderline” di una borghese che poi torna all’ovile? Può essere una delle tante interpretazioni. Forse un po’ superficiale.
L’Italia della contestazione, la Bologna illustrata da Andrea Pazienza, il Friuli del terremoto e i Paesi Baschi rimangono tra le righe, eppure questo è il contesto attraversato dalla protagonista, non valeva la pena parlarne?
Racconto di situazioni fuori dal tempo e da ogni logica, mi concentro sulle persone e sui piccoli fatti di cui esse sono protagoniste, son queste le cose che amo raccontare. Anche quando racconto una vicenda drammatica faccio solo brevi cenni a ciò che accade nell’anima dei personaggi, non m’interessa approfondire quest’aspetto nella scrittura, privilegio l’azione, i fatti, i dettagli. Scrivo quello che vedo.
Recensioni encomiastiche e soddisfazioni in libreria, sembra proprio l’inizio di una carriera letteraria, cosa ci possiamo aspettare per il futuro?

Magari! Non ho mai coltivato nessun sogno di carriera lavorativa, scrivere è una delle poche cose che ho sempre voluto. Nella mia carta d’identità c’è scritto da quando avevo vent’anni “professione: scrittrice”, uno dei miei bluff andato a buon fine. Spero uscirà presto un’altra raccolta di racconti dal titolo Ultimo piano senza ascensore che come si può intuire è più faticosa, dolorosa. Narro di molte fughe, viaggi iniziatici, viaggi alla deriva, di momenti che hanno segnato la mia vita in qualche maniera, momenti difficili in cui ogni volta ho trovato la forza dentro di me per arrivare fino all’ultimo gradino. Col fiatone ma …

 

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